Le visite pastorali


XVI e XVIII secolo: Le visite pastorali a supporto di una ricostruzione storica.

La mancanza di documenti che attestino con precisione la data di costruzione della Basilica permette solamente di ipotizzarne l’edificazione a dopo l’anno Mille, sulle spoglie della primitiva chiesa plebana, di cui sono visibili tracce nei saggi di scavo archeologico condotti in situ nel 1990.

Numerosi furono gli interventi che interessarono il complesso monumentale, dal momento della sua edificazione fino al XVI e al XVIII secolo.
In questo lungo periodo l’edificio assunse configurazioni variegate e complesse e alquanto precarie, spesso sacrificando le antiche origini del monumento a favore dell’economia e del gusto in voga in quei tempi.

L’apporto che la documentazione storica fornisce allo studio dell’evoluzione e dei mutamenti di un monumento è di fondamentale importanza perché è in grado di fornirci un’istantanea di quel preciso momento storico.
Nel caso di Agliate, numerose sono le testimonianze scritte lasciate dalle visite pastorali dell'arcivescovo di Milano e dei suoi delegati e vicari, conservatesi a partire dal 1566. Si tratta di atti in gran parte già esaminati attentamente sia dal parroco Corbella, nella sua pubblicazione del 1895, sia con più attenzione da Rinaldo Beretta nel 1971, nonché da altri autori in anni più recenti. Questi documenti contengono informazioni preziose per una ricostruzione della storia dell’evoluzione del complesso. Durante queste visite furono annotati con minuzia elementi come il numero di fedeli presenti nel paese, la disposizione degli arredi nella Basilica e il generico stato di conservazione dell’edificio.

Già in età medievale il borgo di Agliate aveva assunto un posizione periferica e subordinata alla vicina Carate; ciò spiegherebbe lo stato di marcata decadenza altrimenti difficile da comprendere, considerando che Agliate fu da tempi immemorabili a capo di una pieve fra le più estese della Diocesi milanese.

Da questi documenti emerge come nel ‘500 Agliate non era altro che un villaggio costituito da pochi nuclei famigliari disposto attorno alla chiesa plebana, che versava in condizioni precarie, priva di case parrocchiali abitabili.

Nel 1566 il prevosto di Asso, delegato arcivescovile, negli atti della sua visita4 scriveva che la chiesa non aveva nemmeno un parroco stabile e la situazione del complesso era desolante, più simile a un rudere che a un luogo definibile “casa del Signore”. La basilica infatti in quel periodo era priva di pavimentazione e addirit- tura di una copertura nelle navate laterali, al punto di dire che il vino “maximo scandalo” congelasse per il freddo.

In quegli anni inoltre l’altare maggiore, nell’abside centrale, era intitolato a S.Pietro. Gli altari nell’abside di destra erano dedicati a S.Biagio e Gesù Cristo, mentre l’altare nell’abside di sinistra a S.Agata. L’altare nella cripta (hiemale tempore, chiesa invernale) invece era dedicato a S.Andrea.

In questa stessa descrizione ci giunge notizia che il Battistero, che sorgeva sul lato meridionale della Basilica, era completamente isolato da quest’ultima e vi era un piccolo altare dedicato a S.Giovanni Battista.

Nel 1569 la visita pastorale condotta da Francesco Bernardo Cermenate e Fabrizio Pessina fornisce ulteriori dettagli sullo stato di conservazione della Basilica, come la presenza di due finestre sopra l’ingresso principale, la presenza di dieci gradini a scendere all’ingresso e l’esistenza di un antico pulpito (“palcus lapideus in antiquo fabricatus"). L’altare maggiore era dedicato ai S.S. Pietro e Paolo mentre nelle navate laterali ci giunge notizia che cresceva addirittura l’erba.

Nel 1578 il Cardinale Carlo Borromeo visitò di persona la Basilica oltre alle altre chiese della Pieve, ma prima della sua visita furono messi in opera alcuni interventi per rimediare alle pessime condizioni delle coperture.
Durante la visita, Borromeo trovò coperta da un tetto la navata centrale, ma priva di sofìta, ossia di solaio orizzontale, mentre durante la visita pastorale del 1584 il suo delegato Seneca trovò coperta anche la navata meridionale.

Numerosi furono gli interventi per tentare di omogeneizzare e rendere accettabile le pavimentazioni, infatti tra il 1566 ed il 1608 si riscontrano numerose annotazioni riguardanti il numero dei gradini a scendere per accedere alla Basilica (sette, dieci, cinque, otto, sei ed infine ancora sette.)

Si dovette aspettare la prima metà del Settecento per avere una pavimentazione in laterizi. In questi anni la Basilica non possedeva neppure un campanile; in via sostitutiva prendeva posto un pilastro in facciata con una semplice campana sopra la porta principale (citato nelle visite pastorali tra 1566 e 1597); poco prima del 1604 fu sostituito con due pilastri a cui venne appesa una campana.

Il Cardinale Carlo Borromeo, dopo la sua visita impostò un programma di riordino generico degli interni e degli altari i cui esiti sono riscontrabili nelle visite successive di:

  •  Antonio Seneca, 1584.

  • Baldassarre Cipolla, 1597.

  • Paolo Clerici, 1604.

  • Federico Borromeo, 1608.

    Borromeo aveva inoltre decretato la costruzione di una sagrestia, la costruzione della casa parrocchiale (non più esistente), del campanile e la riapertura delle due porte laterali della facciata e l’intonacatura di tutte le pareti. Vietò anche l'accesso nella cripta alle donne, secondo le regole di allora.

    Nel 1584, Monsignor Antonio Seneca, visitatore delegato di Carlo Borromeo, descrisse come il Battistero versasse nelle stesse condizioni riportate dalle visite precedenti, coi dipinti ancor più consunti dal tempo. Da poco invece erano state affrescate delle immagini sacre nell’abside maggiore della Basilica.

    Tra il 1588 ed il 1597 l’ambone marmoreo, ornato con un’aquila ed altri decori, fu rimpiazzato con un più povero pulpito in noce di forma quadrata.
    La sagrestia in realtà non venne mai costruita fino al XVIII sec; fino a quel momento venne allestita una piccola sagrestia nell’abside della navata meridionale che Federico Borromeo fece separare dal corpo della navata con un muro, ostruendo anche l’accesso alla cripta. Fino alla fine del ‘600, la basilica era priva di pavimentazione laterizia: nella navata centrale consisteva di malta e sassi mentre nelle navate laterali di terra battuta. “Questa collegiata di Aliate sta in pericolo di total rovina... poche entrate...coprire un altare per coprirne un altro”, così un anonimo visitatore si esprimeva successivamente alla visita di Federico Borromeo. È quindi facile pensare che in quel periodo la disponibilità finanziaria della parrocchia era molto limitata: ciò spiega il pessimo stato di conservazione di Basilica e Battistero.

    I sacerdoti col poco denaro a loro disposizione preferivano occuparsi delle necessità quotidiane piuttosto che della conservazione dei loro beni artistici. Il campanile venne costruito con tutta probabilità nella prima meta del Seicento, all’in- terno della prima campata della navata meridionale, a ridosso della controfacciata e del muro di separazione tra navata meridionale e navata centrale. Per costruirlo venne chiusa la grande finestra termale in facciata, il cui tamponamento è ancora visibile in alcune riprese fotografiche del 1893.

    Probabilmente nello stesso periodo la copertura della Basilica venne uniformata in due grandi falde e furono aperte le due grandi finestre semicircolari in facciata, notate in una visita pastorale del 1650. Il riordino voluto dai Borromeo venne completamente rivoluzionato dalla volontà di un altro prevosto, che nel Settecento condusse alcuni interventi che modificarono pesantemente la morfologia della chiesa.

    Le vicende del Battistero


    Anche il Battistero, seppure in via minore, fu citato e descritto nelle visite pastorali. Nel 1566, al suo interno troviamo ancora la vasca per consentire il battesimo per immersione, secondo il rito ambrosiano: ”secundum ritum antiquum” con "sacrarium seu piscina antiquissima” (1569).
    Dopo la visita di Carlo Borromeo l’impianto venne probabilmente modificato. In- fatti Seneca nel 1584 scrisse di un"baptisterium lateritium forma rotunda, cum vasi au- ricalchi intus”, lo stesso che videro il visitatore Cipolla nel 1597 e Federico Borromeo, che nel 1608 lo descrisse come un contenitore di oricalco contenuto a sua volta in un vaso di pietra appoggiato su una colonnina che lo manteneva a circa 

    un cubito e mezzo da terra (“baptisterium est vas rotundum auricalchi inclusum tabulis ligneis insertis vasi lapideo rotundo eminenti a superficie terrae cubito uno cum dimidio, et inserto turriculae cementiciae supter quam dicunt homines esse fontem”).
    Fino alla fine del Cinquecento e per parte del Seicento i visitatori lamentarono il precario stato di conservazione di coperture e la mancanza di serramenti alle finestre, chiedendo di porvi presto rimedio. Di queste aperture abbiamo pochi riferimenti: nel 1604 Federico Borromeo scrisse che sei delle otto finestre del Battistero erano aperte, quindi senza alcuna protezione, e che altre due invece erano state murate in precedenza.

    Federico Borromeo, successivamente alla sua visita pastorale, nel 1619 prescrisse di sollevare ulteriormente il vaso battesimale fissandolo bene a pavimento e sos- tituendo il vaso in oricalco con una vasca di pietra che aderisse bene a quella già esistente (“sacer fons antiqus elevetur, et firmiter in pavimento stabiliatur, sed quia vas admodum amplum est, neque sanctificatam aquam tuto continet, inseratur in eo vas aliud ex lapide solido quod ipsi antiquo bene cohereat, contigaturque integumento aereo internis stamnato”). Il nuovo fonte battesimale sarebbe stato poi coperto da un coperchio di bronzo. Questa modifica era considerata imprescindibile e da realizzare entro sei mesi, altrimenti il Battistero sarebbe stato interdetto ai bambini da battezzare.

    Il battesimo quindi non avveniva più per immersione, secondo il rito antico, ma per aspersione. Possiamo immaginare quindi che, successivamente alla visita di Carlo Borromeo, la vasca per il battesimo ad immersione fosse stata interrata per favorire l’installazione del fonte sopraelevato. Solo fino con i restauri di fine Ottocento viene ripristinato l’impianto più antico.

    Le condizioni dei dipinti murali.

    I dipinti murali furono descritti anch’essi durante le visite pastorali, in riferimento alle condizioni delle pareti interne alla Basilica. Essi furono trovati rudes o solo parzialmente "incrustati o dealbati in utraque parti parietes non sunt incrustati", 1569; "parietes omnes excepta capella maioris, sunt nudes non incrustati, nec dealbati", 1584, e tutti "sine figuris", a parte la zona presbiteriale della navata maggiore, "imaginibus depicta".

    Nel 1604 si accennò anche a dipinti presenti nell'abside meridionale (“decenter picta”) e a danni vistosi provocati dall'umidità sulle pareti di quella settentrionale (“per humiditatem labefactus est murus”).

    A differenza di queste annotazioni, le descrizioni di Federico Borromeo sono molto più ricche di dettagli: nell'abside maggiore, sul muro settentrionale vide “inferiori parte in latere Episrulae antiquas picturas, et in latere Evangelij partim...decrustata parti vero dealbata”; descrisse pitture raffiguranti Gesù sulla Croce (al centro), Maria con il Figlio in grembo, San Giovanni Battista e Sant'Ambrogio, Gesù Cristo che con- segna le chiavi del Paradiso a San Pietro inginocchiato e la Vergine con in grembo il Figlio deposto dalla croce (ai lati).

    Alcune di queste decorazioni sono andate perdute e ne resta solo la memoria. Nella parte alta dell'abside era invece rappresentato l’Onnipotente, tra le nuvole, su uno sfondo ceruleo. Gli intonaci erano tuttavia lacunosi, e in parte imbiancati. Sempre nell'abside principale, ma sul muro opposto (“a latere epistulae”, dove venivano fatte le altre letture liturgiche), si potevano osservare altre pitture antiche, di cui sfortunatamente Federico Borromeo non lascia alcun dettaglio. Nelle navate, aggiungeva, “parietes omnes sunt rudes...praeter aliquam partem parietis later- alis qua est incrustata et partem et aliquam navis maioris respicientis aquilonem quae con- tinet antiques imagines”. Qui, dove ancora oggi si osservano tracce di dipinti, Borromeo vide, nella fascia più elevata, la Creazione di Adamo e la Creazione di Eva, mentre nella parte inferiore riconobbe un'Annunciazione, la Visita di Maria ad Elisabetta, la Natività e altri soggetti.
    Anche le pareti del Battistero erano intonacate e in parte dipinte “cum aliquis fig- uris” (1569), in cattivo stato di conservazione (“sed picturae vetustate consumptae et parietes rudes sunt”,1597; “permulte imagines sanctorum sed vetustissimae”, 1604).
    Nel battistero Federico Borromeo descrisse: “parietes rudes, praeter in ima parte ubi unumerantur diversae antiquae imagines et eriam aliquae corosae imagines suspiciuntur sopra faciem niciae”. Infine, all'esterno, sopra la porta principale, era dipinta l'immagine della Beata Vergine con ai lati i Santi Pietro e Paolo, probabile recente adeguamento alle disposizioni dettate da Carlo Borromeo.

    Le descrizioni dei dipinti da parte di Federico Borromeo, più precise rispetto a quelle dei suoi predecessori, fanno presupporre che poco prima della sua visita furono rimossi gli scialbi di cui molte pitture erano ricoperte.

     

    Quando oggi si entra in questi luoghi è emozionante avere la possibilità di ripercorrere la loro memoria storica, immaginare e immedesimarsi nelle persone che hanno avuto il piacere di vedere coi propri occhi ciò che a noi oggi rimane solo nei testi.